Lo Psicodramma Analitico

sedie in cerchio

In questa sezione vi racconterò le origini dello Psicodramma e la differenza tra lo Psicodramma classico e lo Psicodramma analitico.

 

Le origini dello Psicodramma 

Lo psicodramma classico fu inventato da Moreno. psichiatra e sociologo, agli inizi degli anni venti. Moreno definisce lo psicodramma come scienza che esplora la verità, rappresentandola con metodi drammatici. L’utilizzo da parte di Moreno della parola dramma implica l’importanza data all’azione nella trasformazione delle dinamiche psichiche aldilà della interpretazione verbale. La drammatizzazione quindi permette di ricreare, in una situazione terapeutica, la possibilità di esternare conflitti e bisogni, scavalcando il muro di resistenze e difese che il soggetto erige nella vita quotidiana.

La peculiarità dello psicodramma moreniano verte sulla concezione secondo cui “uno stato emotivo si traduce in azione e questo rende possibile la liberazione dai conflitti, ovvero il raggiungimento del fine ultimo della tecnica, la catarsi. Il concetto di catarsi, enunciato per primo da Aristotele nella Poetica, si riferisce alla possibilità di liberare e purificare l’animo dello spettatore che assiste alla drammatizzazione di “siffatte passioni”. Secondo Moreno, che utilizza l’aspetto terapeutico della catarsi, nel protagonista attore dello psicodramma e nel gruppo (sociodramma) avviene una liberazione dal passato verso il presente e si ha una presa di coscienza che permette l’avvio verso un’azione di ricostruzione” (Montesarchio, Margherita, 1995; pag. 348)

 

Lo Psicodramma classico

Lo psicodramma moreniano struttura la teoria della tecnica non soltanto sulla funzione della catarsi, ma anche sulla  presa di ruolo. Secondo il suo ideatore, infatti, la personalità è costituita da un insieme di ruoli che l’individuo acquisisce, nel corso della sua esistenza, grazie alle relazioni con l’altro; la patologia è correlata alla presenza nel soggetto di ruoli troppo rigidi e stereotipati che bloccano la spontaneità e la creatività. Lo psicodramma costituisce un luogo in cui poter ritrovare spontaneità e creatività, uno spazio in cui possano essere espresse, dove l’uomo può sperimentare la sensazione di essere “agente creatore”.  La tecnica moreniana, in accordo con le concezioni appena descritte, verte sull’uso di cinque strumenti: il palcoscenico, il protagonista/soggetto, il direttore, lo staff di Io ausiliari (gli altri partecipanti non protagonisti) e l’uditorio (gli spettatori).

Il palcoscenico rappresenta lo spazio in cui il soggetto può esprimersi liberamente: il soggetto-protagonista è invitato non a rappresentare una parte sulla scena, ma ad essere se stesso. Il direttore, invece, svolge contemporaneamente due funzioni: è regista quando influenza la scena psicodrammatica e terapeuta quando partecipa all’azione e sollecita la catarsi. La partecipazione del direttore avviene per via indiretta, cioè attraverso gli Io ausiliari che possono essere considerati come sue estensioni: egli guida loro nell’azione, entrandovi indirettamente. Gli Io ausiliari, tuttavia, hanno anche un certo grado di autonomia, in quanto possono reagire spontaneamente, secondo le emozioni che il protagonista suscita loro. “È qui che va notata la differenza tra lavoro in gruppo e di gruppo: lo psicodramma classico finisce per avere grande attenzione all’individuo nel gruppo e una scarsa attenzione alla rete delle relazioni gruppali o alla dinamica di gruppo. Il gruppo funziona da contenitore e da cornice ma al centro è l’attore con la sua storia, il suo problema, è lui che propone il testo ed è su questo che si lavora” (Montesarchio, Margherita, 1995; pag. 350). Riguardo l’uditorio, infine, questo è composto generalmente dai componenti della famiglia o dai pazienti accomunati dallo stesso problema. L’uditorio, per concludere il discorso sullo psicodramma moreniano, è composto da persone che hanno le stesse problematiche del paziente: essi costituiscono una sorta di paziente collettivo, costituito da componenti individuali.

 

Lo Psicodramma analitico

Lo psicodramma analitico si evolve dallo psicodramma classico integrandolo con la teoria psicoanalitica. In Francia, in modo particolare,  gli psicoanalisti interpretarono il lavoro di Moreno, soprattutto considerando la rilevanza della drammatizzazione come liberazione da conflitti, difese e resistenze. Come sottolinea Rosati (1980, cit. in Montesarchio, Margherita, 1995), “l’abbandono del modello psicosociale di personalità elaborato da Moreno fa riscontrare come le differenti forme di psicodramma analitico dipendano dal modello psicoanalitico di appartenenza del terapeuta” (ivi, 1995; pag. 354). Nonostante le prospettive teoriche diverse, si possono indicare alcune modifiche condivise, apportate al modello classico moreniano. Queste modifiche vertono sui seguenti punti:

  • Il gruppo diviene più piccolo e i partecipanti siedono in cerchio
  • La scena assume carattere immaginario per cui non esiste né palcoscenico, né ricorso ad accorgimenti scenografici
  • Lo psicodrammatista (lo psicoterapeuta che conduce il gruppo di psicodramma) partecipa al gioco ma, in accordo con il principio della neutralità, assume una modalità meno direttiva
  • L’interpretazione psicoanalitica ha un ruolo più centrale rispetto alla catarsi

   Nonostante questa base comune, come dicevamo, le differenza tra i vari modi di interpretare e concepire lo psicodramma sono notevoli, in modo particolare per le funzioni attribuite al gruppo.

Lo psicodramma analitico, proposto da Eugenie e Paul Lemoine, si avvicina molto a quanto sperimentato nella mia formazione SIPsA (Società italiana di Psicodramma Analitico). L’elemento centrale di questo modo di intendere lo psicodramma è quello del gioco: i Lemoine infatti individuano come prototipo dello psicodramma analitico il gioco del fort-da inventato dal nipotino di Freud, in cui il bambino lancia un rocchetto di legno attaccato ad un filo e poi lo fa tornare indietro, rappresentando simbolicamente la separazione e il ricongiungimento dalla figura di riferimento. Come il gioco del rocchetto anche lo psicodramma, in quanto rappresentazione, esige la rinuncia alla soddisfazione immediata; al contrario prevede la dimensione dell’attesa (attesa che il  rocchetto torni indietro), rende possibile, attraverso il gioco, la nascita del pensiero e di nuovi significati psichici che possano orientarci nel mondo, che possano aiutarci a dare un senso alla realtà.  “Al contrario di quanto ha pensato per lungo tempo Moreno […] lo spazio in cui si svolge lo psicodramma deve essere il più semplice e neutro possibile, così da poter essere utilizzato nella maniera più agevole secondo la prospettiva immaginaria e simbolica di ciascuno” (Croce, 1990; pag. 47).

Gli strumenti tecnici dello psicodramma analitico sono: lo “scambio di ruolo”, il “doppiaggio”, l’ “a solo”.

Con “scambio di ruolo” si intende la possibilità, da parte del protagonista della drammatizzazione, di rappresentare l’altro.

Il “doppiaggio” permette a chiunque nel gruppo, sia paziente, che terapeuta, di mettersi alle spalle di qualsiasi personaggio, durante il gioco, e parlare al suo posto.

L’ “a solo” è un monologo che il soggetto esegue solitamente alla fine di un gioco; il protagonista, dopo che gli altri hanno preso posto, riflette a voce alta su quello che è accaduto durante la presentazione o su un possibile punto di vista dell’altro appena rappresentato.

I Lemoine, tendono a precisare come lo psicodramma, essendo un gioco, ha delle regole: in primis si cerca di evitare la rappresentazione delle scene fabulate, cioè degli episodi che non hanno mai avuto luogo ma che vengono soltanto immaginati. I sogni possono essere drammatizzati in quanto considerati come scene vissute e non fabulate.

La regola d’oro in ogni caso è quella della spontaneità, come diceva Moreno: è importante tuttavia distinguere tra spontaneità e impulsività, in questo senso una delle regole più importanti è il “fare come se” per rappresentare le azioni, senza toccarsi fisicamente. Quello che dovrebbe scaturire dal soggetto quindi è l’espressione più originale di sé; tutte le altre regole, sono correlate a questa: si raccomanda di non avere rapporti fuori dal gruppo e di osservare la massima discrezione su quello che accade al suo interno; è consigliabile, in questo senso, che neanche partecipanti e terapeuti abbiano rapporti tra loro, né sociali, né di lavoro e né familiari. Le coppie o i membri della stessa famiglia, inoltre, vengono separati.

“Parliamo dell’immaginario, del reale e del simbolico riferiti all’esperienza psicodrammatica […] Ciascuna di queste tre categorie si definisce in rapporto alle altre due. Per esempio questo tavolo è là; io lo vedo; se un facchino lo porta via, posso sempre immaginarlo là. Anche se non ci fosse un tavolo potrei sempre immaginarlo. L’immaginario dunque consiste nel darsi un oggetto assente. […] Ora, se questo è il tavolo intorno al quale si riunisce tutta la mia famiglia , esso può diventare il simbolo del pranzo familiare, poi, passando da una metafora all’altra, della famiglia stessa, quindi di altre famiglie come la mia; entra in gioco a questo punto la funzione simbolica”
(Lemoine, 1972, pag. 9)

 

 

Bibliografia

 

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