Difese psicologiche dal Covid

Salvador-Dali

“Un altro modo precoce in cui il bambino affronta le esperienze spiacevoli è rifiutare di accettare che accadono. Il diniego continua a operare automaticamente in ognuno di noi come prima reazione a qualunque avvenimento catastrofico […] Questa reazione è l’espressione di un processo arcaico radicato nell’egocentrismo del bambino, in cui l’esperienza è governata dalla convinzione prelogica che ‘se non lo riconosco non succede’ […] Esempi di persone per cui il diniego è una difesa fondamentale sono gli individui tipo Pollyanna (eroina di un fortunato romanzo di E. Porter, che supera ogni avversità grazie al suo ottimismo), ovvero quelli che insistono sempre che tutto è bello e buono” (Nancy McWillams. La Diagnosi psicoanalitica)

Il diniego è un meccanismo potente che permette di tollerare l’angoscia dovuta a situazioni in cui ci sentiamo impotenti e inermi di fronte ai dolori della vita.

Il periodo della quarantena, che oggi tutti noi abbiamo dimenticato, ci ha fatto sentire, consciamente e non, senza armi nei confronti di quello che può accadere in modo inaspettato e su cui non abbiamo alcun controllo.

Se rivedessimo gli spot pubblicitari di quel momento, se risentissimo lo slogan “io resto a casa” potremmo accorgerci di quanto quella fase della pandemia abbia segnato tutti noi nel profondo, seppur oggi liquidata e nascosta da una reazione di distacco e indifferenza.

Quello che è successo lo abbiamo vissuto noi? Ma soprattutto, se dovesse succedere nuovamente avremmo degli strumenti per “sopravvivere” alla quarantena o la forza di tornare in prima linea nella lotta a questo virus?

Le nuove consultazioni psicologiche post – lockdown mi hanno fatto riflettere su come anche soltanto l’idea di una parte della popolazione in prima linea e dell’altra al sicuro fosse un modo per raccontarci semplicemente che qualcun altro stava peggio di noi. La verità è che tutti siamo stati in prima linea, con modalità e vissuti diversi, altamente traumatici o meno, contro questo virus.

Lo siamo stati anche nella solitudine delle nostre case, all’interno di contesti di coppia e familiari altamente disfunzionali, lo siamo stati perché questa società che di solito ci propone molte vie di fuga ci ha invece costretti a fermarci e a trovarci faccia a faccia con la nostra interiorità, spesso dimenticata da un sociale narcisisticamente assorbito soltanto dalla funzione del corpo e dell’apparire. La società, fermandosi, ha avuto la possibilità di ritrovare la mente e tutta la forza che questa esercita sulla nostra vita: nei nostri comportamenti, spesso inspiegabili, nel rapporto con noi stessi e con gli altri e nel corpo.

La fine del lockdown, almeno vista dagli occhi dei pazienti, spesso non sempre in modo consapevole, mi ha svelato con forza come il Covid sia stata una linea di confine psichico tra un prima e un dopo.

Qualcosa è davvero cambiato e oggi questo cambiamento subito passivamente e non pensato viene agito in una reazione maniacale: recuperare velocemente tutto quello che è stato perduto, dimenticare, tornare al gruppo, alla folla, agli abbracci e ai baci, fare la guerra a chi ha ingiustamente vietato tutto questo.

Ma forse soltanto il ricordo di quanto accaduto renderà possibile significare un momento individuale e sociale che ha segnato in modo profondo la vita di tutti noi e ci permetterà di seguire ancora per un po’ delle “semplici” regole che ci consentono di stare insieme all’altro, seppur con la distanza di un metro.

In questi giorni mi viene in mente la storia della mia Sicilia e dei magistrati che hanno perso la vita nella lotta alla mafia. Il loro insegnamento è stato quello di avere il coraggio di guardare ciò che di spaventoso e terrificante l’umanità produce, del non “fare finta di non vedere” per comodità o per paura, perché non solo la nostra persona ma anche il contesto in cui viviamo va protetto e tutelato. Oggi ci viene richiesto di stare attenti, seppur nel ritorno alle nostre vite, di tenere in mente questo virus che a differenza della mafia non ha pistole o bombe, che si può sconfiggere con l’impegno di tutti noi, semplicemente non dimenticandone l’esistenza, seppur invisibile.

Se oggi pensiamo che la richiesta del comitato tecnico-scientifico sia inaccettabile è perché ci siamo dimenticati della quarantena: del non poter vedere parenti e amici, di aperitivi e cene in videochiamata, delle autocertificazioni, del limite di 200 metri da casa per potersi muovere, del conteggio quotidiano di contagi e morti sempre in crescita, delle immagini di medici e infermieri stremati, delle terapie intensive sature, del non vedere una via di uscita.

Questo momento di normalità diversa rispetto al pre-Covid ci dà la possibilità di attraversare le tematiche relative alla distanza e alla vicinanza dall’altro, ai vissuti di rifiuto e di abbandono.

Avere l’altro ad un metro di distanza è doloroso e frustrante, ma soltanto accettare questa momentanea situazione rende possibile l’elaborazione, la possibilità di ricollocazione psichica di tutti i nostri “interlocutori interni”, della comprensione di dove vorremo trovarci nel mondo, quanto lontano e quanto vicino da chi realmente abbiamo al nostro fianco.

Per concludere, il diniego e il conseguente pensiero magico, strumento utile ma non sempre adattivo, per porci in modo irrealistico da una situazione di impotenza ad una di potere, si nasconde nel pensare che la pandemia sia stata totalmente un’invenzione e che oggi non occorre più prestare attenzione alle indicazioni degli esperti. Certamente le idee dei virologi e degli epidemiologi spesso sono difficili da integrare poiché contrastanti e ambivalenti ma l’unica via per riuscire a formulare un pensiero in questo caos di informazioni e di sensazioni incomprensibili e contraddittorie dentro di noi, rispetto a quello che abbiamo vissuto e che stiamo ancora vivendo, è quella di “sentire e di sentirci” e nel caso in cui questo non fosse possibile, di cercare degli spazi protetti in cui poter attraversare emozioni e vissuti dolorosi, anche recenti, con i propri tempi e le proprie modalità; per trasformare dolore e smarrimento in direzioni da prendere e in strade da percorrere.

Dott.ssa Chiara Spadaro

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