La società morbosa

le vite degli altri

Questi giorni ho riflettuto molto sulla liberazione della cooperante Silvia Romano, rapita 18 mesi fa in Africa e tornata il 10 Maggio in Italia.

Quello che mi ha colpito, oltre all’aggressività con cui è stata accolta da molti nostri connazionali, condita da una ideazione paranoide di come il suo rientro abbia sottratto risorse utili per il nostro paese, è stato la morbosità nel voler sapere (o addirittura vedere in lei) se fosse in stato interessante e se si fosse sposata con uno dei suoi rapitori. Il mantra “è tornata sposata e incinta” di molti dei suoi odiatori del web mi ha fatto riflettere su quanto il conoscere alcuni elementi intimi della vita di alcune persone sembri di fondamentale importanza per la collettività.

Mi vengono in mente le domande che semplici conoscenti formulano agli altri, spesso invadendo con violenza la loro sfera privata. Domande relative alla vita coniugale e alla procreazione; domande che toccano l’intimità psicologica e sessuale di ognuno di noi. Quando chiediamo a qualcuno informazioni sulla vita di coppia, spesso in modo curioso e voyeuristico, tocchiamo delle corde esistenziali delicate: argomenti come la vita coniugale e più in generale i progetti di coppia andrebbero affrontati qualora la persona dimostri interesse nel condividere con noi tali intimità.

Domande ancora più personali sono quelle relative alla procreazione: voler sapere come, quando e perché una coppia vorrebbe avere o no dei figli è come introdursi nella loro vita sessuale, ignorando non soltanto la profonda intimità di tale domanda (che sarebbe come chiedere alla coppia come e in che modo utilizzino la loro sessualità) ma anche tutti i drammi o le difficoltà che possono celarsi dietro questo tema.

Mi sono chiesta come mai le persone siano ossessionate dal matrimonio e dalla maternità/paternità altrui e mi è venuto in mente “Il Grande Fratello” di Orwell. Sapere tutto degli altri ci fornisce l’illusione onnipotente di avere il controllo della realtà (Dio vede tutto) e questo momento storico, caratterizzato da una miriade di reality show, dalle osannate figure degli influencers e dalle estensioni principali del nostro sé, i social, in cui tutto di noi stessi viene esibito (anche aspetti molto intimi) ci mostra come la perversione sia una corsia preferenziale nel vivere l’Altro, caratterizzata dal bisogno di conoscere e vedere tutto, generando una fonte di godimento direi patologica.

Io penso che il nostro sociale si sia ammalato di morbosità e che si vogliano azzerare e distruggere i confini e i limiti degli altri (nel caso di domande e osservazioni sulla vita privata degli altri il verbo distruggere è direi molto efficace). Distruggere i confini dell’Altro, penetrare nella sua privacy, venire a conoscenza di dettagli intimi come i conflitti di coppia, la scelta o no di avere dei figli, il perché non si possano avere etc. conduce ad una simbiosi, ad una regressione alla vita infantile dove tutti siamo insieme nudi, espletando i nostri bisogni senza averne il controllo, esternalizzando qualsiasi cosa ci venga in mente.

Ritengo che questa società “tutta bambina”, in cui il limite e i confini non esistono, in cui tutti possiamo mostrarci nudi e in cui il modo di interagire con gli altri è così evacuativo, sia indicativa di una sorta di involuzione socio-psicologica, quindi pericolosa.

La “funzione adulta”, intesa come simbolo del limite intra e inter-psichico e della protezione dello spazio interno proprio e altrui, potrebbe tutelarci da queste derive e tutti noi, nel nostro piccolo, potremmo cominciare a porre meno domande intime alle persone che ci circondano e indirizzare le medesime domande, o domande ancora più complesse, a noi stessi.  Potremmo iniziare interrogandoci sul perché abbiamo la necessità di invadere lo spazio di vita altrui e di come questo possa fornirci qualche forma di rassicurazione o di piacere. Le risposte, io credo, potrebbero essere non soltanto interessanti, ma anche utili ad una crescita interiore, ad una vera ripartenza, ad un passaggio da uno stato di funzionamento mentale “infantile” ad uno “adulto”.

Dott.ssa Chiara Spadaro

3 pensieri riguardo “La società morbosa

  1. Argomento interessante, probabilmente la deriva moderna mette radici in abitudini pregresse che gli attuali mezzi di comunicazione hanno la sola colpa di esacerbare.
    Il pettegolezzo di quartiere esiste da molto prima dI internet, della tv e anche della carta stampata. Gli anziani che si ritrovano di fronte ai necrologi quasi se fossero una tappa obbligata, pronti a diffondere la notizia e a discutere dettagliatamente dell’albero genealogico degli ultimi scomparsi sono ne sono piuttosto lampante. Canalizzare l’attenzione verso l’esterno è un anestetico efficace e tutto sommato riposante: i moderni modelli sociali e d’intrattenimento confermano la generale e intrinseca volontà di essere sedati, passando il proprio tempo a idolatrare o invidiare falsi miti ed esistenze irraggiungibili e di facciata, lasciando nascosto il pattume che inevitabilmente ci circonda ma che non esitiamo a riversare sul malcapitato di turno, protetti da uno schermo che diventa uno scudo virtuale che ci fa sentire invincibili.

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      1. Mi scuso per i refusi sparsi nel testo, la frettolosità ha avuto la meglio e purtroppo non è possibile apportare modifiche a posteriori. Buona giornata a lei.

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