Il corpo nel distanziamento sociale

Disegno di Giulio

Il corpo che manca… è forse questo il vero dramma dell’epidemia?

Da appassionata di musica e cultura del tango mi sono sempre interrogata sulla pesante eredità dei cittadini dell’Argentina, la cui storia è stata segnata dalla vicenda della dittatura militare e dei desaparecidos. L’Argentina è il luogo dove è nata, grazie ai flussi migratori, una lingua nuova, quella della danza, del tango, per comunicare attraverso il corpo quello che a parole non era possibile esprimere in quel momento, poiché l’incontro di una moltitudine di lingue diverse aveva reso Buenos Aires una misteriosa e affascinante torre di Babele. Un paese che ha superato questo ostacolo, creando attraverso l’uso del corpo un modo di essere vicino all’altro, si trova, a cavallo tra gli anni 70 e 80, a fare i conti con un trauma sociale caratterizzato proprio dall’assenza fisica delle persone, i desaparecidos, gli “scomparsi”.

Migliaia di persone sono state portate via dalla dittatura militare e i loro familiari non hanno mai saputo cosa ne è stato dei loro cari, non hanno mai rivisto quei corpi. Il non aver mai conosciuto il loro reale destino, il non non aver mai ricevuto le loro salme ha fatto sì che per molto tempo non si attivassero la realizzazione (prima) e l’elaborazione (poi) di questa grave e dolorosa tragedia; per un lungo periodo i familiari, rappresentati dalla madri di Plaza de Mayo, cercarono i loro cari dispersi e oggi le nonne di Plaza de Mayo cercano i figli dei desaparecidos (sottratti ai genitori detenuti dalla dittatura, per essere affidati a famiglie di militari al servizio del regime) nella speranza che questi un giorno possano fare ritorno a casa, per ricongiungersi a quel che rimane delle loro famiglie di origine.

Questa pandemia, anche se in modi molto diversi rispetto al dramma argentino, ha visto la presenza di un virus dittatore che ha costretto i sanitari a dover accompagnare i malati presso le strutture ospedaliere, lontani dai loro familiari, privati anche della possibilità, a causa dell’alta contagiosità di questa patologia, di vivere la loro sofferenza o condividere la fine della loro vita con le persone che amavano.

La mancanza del corpo dei familiari che non sono stati salutati per l’ultima volta e che non hanno ricevuto il rito funebre probabilmente non consente di attivare il processo di elaborazione del lutto. Un corpo che è stato “portato via” e che non è stato mai più rivisto fa sostare nell’area pericolosa del diniego, del rinnegare inconsciamente che la perdita sia avvenuta davvero. Cosa succederà ai familiari delle vittime quando verrà realizzato che chi è deceduto nel reparto blindato di terapia intensiva non tornerà davvero? E se questa cosa non dovesse essere mai realizzata?

Come verrà vissuto il trauma di questa perdita collettiva, soprattutto nelle regioni più colpite? Mi chiedo cosa avverrà quando si tornerà alla normalità e ci si renderà conto che manca una generazione, svanita in pochi mesi senza poter essere congedata. Una generazione importante, la nostra memoria storica, i cui ricordi tramandati attraverso il corpo degli anziani, i loro racconti, ci permettono di costruire un ponte con il passato. Un ponte che è crollato e di cui ancora non riusciamo e non possiamo vedere le macerie.

E il corpo di chi è rimasto? Il corpo di tutti noi, coinvolti o no in prima linea. Il nostro corpo adesso crea impaccio ed è un pericolo nella relazione con l’altro, una relazione da cui sono banditi gli abbracci e ogni manifestazione di vicinanza e di affettività. Un corpo che è diventato pericoloso in quanto veicolo di contagio, nella fantasia un’arma letale per qualcun altro, per chi è più fragile.

Ma anche un corpo che adesso ha integrato nel suo essere nel mondo i dispositivi di protezione individuale; su questo mi fa riflettere molto il disegno di Giulio, un bimbo di 6 anni di Milano: nel disegno di se stesso sono presenti guanti e mascherina, come per avvertirci, con la sensibilità e la lungimiranza di cui solo i bambini sono capaci, che lui oggi vede così se stesso e che il nostro modo di essere nel mondo va ripensato. I guanti coprono le mani, in prima linea nel contatto diretto con il mondo, importantissimi “strumenti” relazionali e la mascherina nasconde parte del nostro volto, le nostre espressioni facciali, preziosa bussola per la manifestazione delle nostre emozioni e per la decodificazione del sentire altrui. Mi colpisce come guanti e mascherina diventino la sua armatura, si disegna come un “duro”, o “rock” come lo definisce la madre, con l’orecchino e la cresta, per controbilanciare la fragilità e il sentirsi in pericolo anche sotto questa nuovo vestito da supereroe; perché questo virus, a differenza degli antagonisti, dei cattivi delle fiabe, non si vede e può penetrare attraverso i nostri scudi.

La nostra esistenza è stata da sempre caratterizzata dal “portare” il nostro corpo nel mondo, dal fare in modo che attraverso il corpo sia possibile esprimere se stessi, i sentimenti, le emozioni, la relazione con l’altro, la sessualità, il dolore; Il corpo ospita e dà origine alla vita.

Mi chiedo come sarà possibile strutturare, anche momentaneamente, il nostro modo di essere nel mondo senza il corpo; il mio pensiero va anche a tutti i professionisti il cui lavoro è caratterizzato dalla vicinanza fisica, che si occupano della cura del corpo e del modo in cui questo può esprimersi, dal trattamento estetico fino al mondo dell’arte e della danza.

Oggi, forse in una fase di presa di coscienza nuova rispetto a quello che stiamo vivendo, ripenso al dramma che stiamo attraversando, cioè di dover sottrarre all’altro la nostra presenza corporea e la foto del disegno di Giulio mi aiuta a dare una forma a questi pensieri, mi interroga su come stiamo cercando di essere noi stessi senza il nostro prezioso involucro, senza quella pelle che fin da subito caratterizza la nostra esistenza.

Come elaboreremo il lutto? Come esprimeremo noi stessi? Come potremo essere insieme all’altro intensamente? Questi interrogativi saranno preziosi per noi addetti ai lavori, nella consapevolezza che ci sarà da attraversare anche il lutto di questa momentanea perdita del corpo in aggiunta al già difficilissimo lutto dei molti corpi che stanno sparendo, numeri senza un nome, un volto, una identità.

Bisognerà tenere a mente inoltre chi nel mezzo di questa pandemia e nel pieno del distanziamento sociale, espressione ormai presente e pressante nel nostro linguaggio quotidiano, sta fondando la sua personalità e assiste ai cambiamenti del proprio corpo in un momento in cui questo rappresenta un pericolo e un ostacolo da rimuovere: i bambini, gli adolescenti, il nostro futuro.

Perché il passato e il futuro della nostra società sono stati profondamente colpiti e il loro corpo, così come il nostro, merita di avere nuovamente un pensiero, una consistenza, un peso.

“E mi prese per mano. Ma ancora si tormentava:
«Hai avuto torto. Avrai dispiacere. Sembrerò morto e non sarà vero…»
Io stavo zitto.
«Capisci? E’ troppo lontano. Non posso portare appresso il mio corpo. E’ troppo pesante».
Io stavo zitto.
«Ma sarà come una vecchia scorza abbandonata. Non sono tristi le vecchie scorze…»
Io stavo zitto.
Si scoraggiò un poco. Ma fece ancora uno sforzo:
«Sarà bello, sai. Anch’io guarderò le stelle. Tutte le stelle saranno dei pozzi con una carrucola arrugginita. Tutte le stelle mi verseranno da bere…»”

(Il Piccolo Principe. Antoine De Saint-Exupèry)

 

Dott.ssa Chiara Spadaro

4 pensieri riguardo “Il corpo nel distanziamento sociale

  1. Elaborare un lutto in un contesto —–normale—-e’ già difficile, oggi credo che le persone che hanno perso un loro caro in questo momento avranno bisogno di aiuto e sostegno per superarlo

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