Il “qui ed ora” della quarantena

casa di dorothy

 

Questo momento di emergenza sanitaria e l’isolamento forzato che ne consegue è davvero difficile. Sento che molti di noi si collocano tra la nostalgia del passato, di una normalità prima data per “scontata”, e il bisogno di guardare al futuro, a quando andrà tutto bene come prima, quando la nostra routine ci aiutava, ma non lo sapevamo.

E adesso invece? Cosa sentiamo? Cosa stiamo comprendendo di noi stessi?

Mi pongo queste domande a partire da un colloquio Skype avuto con una mia paziente: “stare a casa, avere molto tempo per pensare mi ha fatto riflettere su quanto forse il futuro che voglio costruirmi non sono io a volerlo, forse quello che sogno lo vogliono altri”. Ecco l’opportunità di questa solitudine forzata, di questa astensione dall’agire, del fermare il nostro continuo occuparci di mille cose, scappando di casa ogni qualvolta casa diventa la prigione, specchio delle nostre paure, luogo in cui si concentra tutto quello che non vogliamo sapere o vedere di noi stessi.

Qualche giorno fa presa dallo sconforto e giù di tono (ogni tanto succede anche agli psicologi!) per la situazione drammatica che tutti noi stiamo vivendo, una mia amica mi consiglia di costruirmi una routine, di fare delle cose, avere degli obiettivi giornalieri, lei mi racconta come le sue giornate siano scandite in modo preciso, così trascorrono senza sentire in modo schiacciante e violento il peso della “prigionia”.

Ho riflettuto molto sia a partire dalla conversazione con la paziente sia con quelle avute con amici e parenti e mi sono chiesta: perché non è possibile “sentire”?
Sentire il dolore, la sofferenza, la frustrazione, la mancanza… perché l’uomo si è riempito di cose da fare e da organizzare pur di non vedere se stesso?
Allora ripenso alla mia tristezza, alla paura della paziente che non è sicura di sapere cosa vuole, al dolore di chi sente che i suoi sogni e le sue speranze stanno andando in mille pezzi, ma non sento di dire soltanto “andrà tutto bene” ma anche che adesso “sta andando così” e che soltanto attraversare questo momento di impotenza potrà permetterci di ritrovare la strada da percorrere e il nostro futuro.

Questa è davvero un’occasione per fare i conti con l’onnipotenza del pensiero che nulla possa accaderci, per provare a vedere tutte le mille sfaccettature dell’animo umano, per conoscere anche il nostro lato oscuro, scomodo e insopportabile, per chiederci se siamo felici, se la casa esterna, quella che viviamo nella realtà quotidiana rappresenta quella in cui vogliamo stare davvero, se siamo felici o se vorremmo scappare e perché.

Questo non è il momento di agire, fare o rifugiarsi nel passato e nel futuro ma di stare nel presente: scomodo, frustrante, triste, desolante, ma anche punto di partenza per capire come ci stiamo, in questo presente.
Stare nel qui ed ora ci permette di guardare là e allora (un po’ quello che succede in psicoterapia!): potremo davvero conoscere noi stessi, l’unica casa in cui sicuramente abiteremo per il resto della vita.

Spero che i motti e i consigli su cosa fare a casa non siano più la nostra unica bussola per muoverci in questo momento così confuso e destabilizzante e che tutti noi ci faremo guidare anche dal nostro sentire; un sentire unico, speciale, fragile, che ci dia la speranza di trovare un significato in futuro, di trovare aiuto nel caso in cui sentissimo di non farcela, per fare in modo che stare forzatamente nella nostra casa reale ci dia la possibilità di sentirci al sicuro nella nostra “casa interna”, per sempre.

 

“Ora so che se deciderò ancora di andare in cerca della felicità, non dovrò cercarla oltre i confini del mio giardino… perché se non la trovo là… non la troverò mai da nessun’altra parte.”  (Dorothy. Dal film “Il mago di Oz”)

 

Dott.ssa Chiara Spadaro

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