Il dolore al tempo dei Social

Tecnologia

Il dolore che non riusciamo a tenere, quello che “trabocca”, dove si riversa?

Uso i social e penso che questi abbiano un potenziale davvero interessante: in questa rete potrebbe circolare bellezza e si potrebbero condividere alcune informazioni importanti; potrebbero essere dei canali dedicati all’arte, alla musica, alla fotografia, alla cucina, all’arredamento, alla danza… e molte altre cose che ci uniscono sotto il segno della passione e del talento.

Invece, da quello che mi sembra di osservare, l’uso che ne viene fatto è quello di una condivisione davvero intensa delle proprie esperienze e dei propri stati d’animo, sia positivi che negativi.
Quando mi capita di scorrere la bacheca del mio profilo ho la sensazione di navigare in un mare di elementi beta: “emozioni e sensazioni non pensate e non pensabili” (Bion), stati psichici riversati su una dimensione di “non luogo”.
Ho la sensazione che tutto quello che di complesso non si riesca a trattenere dentro di sé venga rigettato in questo mare così burrascoso e turbolento, in cui spesso le condivisioni/opinioni incendiano gli animi, generando conflitto e aggressività.

Quello che mi colpisce in modo particolare e su cui tutti noi dovremmo riflettere riguarda la dimensione più solitaria e silenziosa in assoluto: il lutto.
Quando viene a mancare qualcuno di importante o qualcuno che si è conosciuto, già dal momento stesso della sua perdita l’impossibilità di trattenere il dolore (o nel caso di un legame meno solido, l’esibizione dello stesso) comporta frasi e messaggi rivolte alla persona che non c’è più, condivisione di foto ed esperienze vissute insieme, aggiornamento di immagini del profilo o di copertina.

Mi fermo a pensare e mi chiedo come mai il social si stia trasformando in questo: è davvero possibile che una dimensione così ampia e in cui vi sono presenti soprattutto legami deboli e conoscenze superficiali possa accogliere il dolore? Ci sono forse altri luoghi, anche dentro di noi? Come si viveva il dolore prima dei social?

Penso che io e i miei colleghi dovremmo interrogarci su queste complesse dinamiche intrapsichiche/interpersonali e aprire uno spazio di riflessione per quanto riguarda l’uso dei social come luogo in cui “agire” sentimenti come la perdita, la delusione, la rabbia.
Risulta importante una riflessione da parte degli addetti ai lavori (e non solo) soprattutto nei casi di abuso della condivisione in rete della propria privacy e del proprio mondo interno; forse occorrerebbe cominciare a chiedersi se tra tutto quello che scorre nelle nostre bacheche non ci siano anche domande di aiuto che non hanno trovato un luogo dove potersi esplicitare e sensibilizzare le persone a questi complessi meccanismi.

Quanto più facciamo fatica a “trattenere”, sentendo la necessità di una condivisione massiccia di stati d’animo sia positivi che negativi, tanto più potrebbe voler dire che dentro di noi interferisce, disturba, fa male.

Dott.ssa Chiara Spadaro

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