Che peso ha la felicità?

 

Questo cortometraggio esprime bene quello che mi è sembrato di percepire negli ultimi tempi riguardo alla concezione dello stare bene/stare male, sia nel mio lavoro di psicologa e di educatrice che nella mia vita quotidiana.

Ci si rivolge allo psicologo o ai professionisti della salute soprattutto quando non si è “prestanti” e soprattutto quando non lo sono i bambini e gli adolescenti: “Non lavoro bene”, “i miei figli non parlano/scrivono/leggono bene”, “questo alunno non va bene a scuola”, “non svolgo bene… (qualche attività o qualche compito richiesto dalla società)”.

Questo cortometraggio esprime questi concetti meglio di qualsiasi articolo che si possa scrivere sull’argomento e suscita in me alcuni complessi interrogativi: si può pensare di chiedere aiuto perché semplicemente noi, i nostri figli o chi ci circonda non siamo felici? Perché abbiamo smesso di sognare? Di sperare? Di desiderare?

Adesso quando sento parlare di bambini, più o meno grandi, avverto che una richiesta di aiuto è contemplata soprattutto se presentano problemi a livello scolastico, quando si osserva che loro non sono abbastanza bravi o abbastanza al passo con la classe e ci si allarma nel percepire che siano così diversi dagli altri, così sognatori, così con la “testa in aria”.

È davvero così importante che i bambini siano “performanti”? Che sappiamo leggere, scrivere, parlare perfettamente? O forse conta di più che loro siano felici e che possano permettersi di sognare anche la musica, la danza, l’arte, la poesia, la fotografia, tutte cose che non producono tantissimo in termini economici e che non hanno una buona corrispondenza nel mondo del lavoro?

Ma in termini interiori, quanta ricchezza accumulano i sogni?

Mi chiedo dove stanno e che peso hanno non soltanto sui più piccoli ma anche su noi adulti.

Perché guardiamo soltanto a ciò produce, in termini di performance, già dall’infanzia? Questi bambini e questi adolescenti si sentono davvero visti? Li correggiamo, li aiutiamo, li compensiamo, ma forse le loro difficoltà, le loro fragilità, la loro diversità che vogliamo subito annullare e resettare, serve loro per comunicarci che l’infelicità, l’incapacità di desiderare, il vedere così lontani i propri sogni pesano sulle loro spalle, e molto; e quello che pesa di più è il non sentirsi appoggiati, accettati, amati soltanto per quello che si è.

La scuola, il lavoro, le nostre competenze sono importanti ma la felicità lo è di più e a volte sta lontana dai luoghi della prestazione e della produttività: la troviamo nei nostri sogni a occhi aperti, nelle fantasie, nei nostri talenti nascosti e, a volte, incompresi.

La troviamo in tutto ciò che ci fa sentire davvero… leggeri.

“[…] forse la vera operazione di guarigione è quella di rendere inconscio quello che è troppo conscio, cioè di trasformare una realtà troppo concreta in una realtà che sia possibile sognare “ (Antonino Ferro)

Dott.ssa Chiara Spadaro

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