Cosa vuol dire crescere

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“Il pensiero di poter evitare tutte le battaglie, le delusioni, i dispiaceri è un pensiero folle perché la vita non è così! Anzi è ben diversa: la vita è fatta di combattimento!”
(Marcello Bernardi)

Esiste un solo modo per proteggere i bambini e gli adolescenti ed è consentire loro di crescere.
Crescere vuol dire:
– Sentire la diversità tra il ruolo dell’adulto e il loro. L’adulto non ha solo la funzione di trasmettere affetto e comprensione ma anche di dare regole e contenimento. L’affettività, inoltre, non riguarda il mostrarsi buoni, pazienti e gentili in ogni occasione e in ogni contesto con bambini/adolescenti, ma per trasmetterla occorre un ascolto attento delle loro esperienze e dei loro vissuti e la capacità di “tenere” il loro caos interno per accompagnarli nella trasformazione di questo caos in forme e direzioni da prendere.
– Fare esperienza di come in molti ambiti dell’esistenza umana ci siano i più bravi e i meno bravi di noi, accettarlo e capire quali sono i limiti su cui poter lavorare e quali sono le risorse da valorizzare.
– Comprendere, attraverso il gioco e la condivisione tra pari, come nella nostra esistenza a volte si vince a volte si perde; spesso è proprio la sconfitta a fornire la motivazione per poter cambiare e migliorare.

Percepisco nel mondo adulto non poca confusione in relazione a questi temi.

Molte persone ritengono che la competizione nello sport e nel gioco porti alla frustrazione e all’esasperazione delle emozioni. Io penso che con la presenza dell’adulto la competizione possa diventare motivo di cambiamento e una palestra dove sperimentare gli aspetti citati sopra.
Rimproverare un bambino/adolescente per un comportamento scorretto all’interno di un gruppo (classe, scout, oratorio, tempo integrato, squadra etc.) non vuol dire umiliarlo o aggredirlo. Io penso che il “contenimento” all’interno di un gruppo, soprattutto in un contesto istituzionale che preveda l’educazione come la scuola e la famiglia, sia motivo di crescita sia per il bambino/adolescente sia per il gruppo stesso. L’autorità si trasforma in autorevolezza quando in questi contesti educativi le relazioni tra minori ed educatori sono mature, consolidate e ottenute attraverso il dialogo e l’interesse circa il loro sentire e le loro emozioni.
In base alla mia esperienza con bambini ed adolescenti, sia da educatrice che da psicologa, penso che il loro benessere dipenda dalla nostra responsabilità di fornire gli strumenti con cui affrontare la vita; questo è possibile se “teniamo” in mente il loro mondo interno, ricco non solo di fragilità e paure ma soprattutto di ricchezze, risorse e una forza che spesso non vogliamo o riusciamo a vedere.
Noi non siamo gli amici, i confidenti e non siamo dei loro pari. Cerchiamo di non avere paura di assumerci la responsabilità di essere i “loro” adulti.
Ultima riflessione ma non la meno importante: non esiste niente di più nocivo, dopo abusi e violenze, della non coerenza educativa tra gli adulti di riferimento.
Occorre che tutti gli adulti, educatori e genitori, si assumano la responsabilità di una comune linea di avvicinamento alle emozioni, ai sentimenti, al valore delle relazioni interpersonali, seppur ognuno con le proprie modalità.
Perché una sgridata non arreca danni o disagi, ma il disaccordo tra gli adulti di riferimento si.

Dott.ssa Chiara Spadaro

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