Barbablù

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In questi giorni si parla molto di violenza di genere.
Penso che la riflessione su una fiaba popolare, inerente questo argomento, possa essere utile per l’approfondimento di questo fenomeno. Scelgo di non proporre la storia reale di una vittima, come spesso accade, poiché ci porterebbe ad invadere il vissuto e il dolore di qualcuno e potrebbe approcciarci al tema della violenza sotto il segno diuna curiosità morbosa e voyeuristica.
La fiaba ci conduce, invece, su un piano simbolico, funzionale a comprendere questo fenomeno.
La fiaba che vi propongo è quella di Barbablú.

Barbablù è un uomo ricco e crudele, che ha avuto sei mogli che sono improvvisamente scomparse. Nonostante il suo passato ombroso, riesce a sposarsi con la figlia più giovane di una dama sua vicina, anche grazie all’ostentazione delle sue grandi ricchezze.
Non passa molto tempo che Barbablù annuncia alla moglie di doversi assentare per questioni di lavoro. Prima di partire, egli la guida attraverso l’intera villa, mettendole a disposizione ogni cosa e consegnandole il mazzo con tutte le chiavi della casa. Lei è libera di usare tutto, di aprire tutto, di andare dappertutto tranne che oltre la porta della camera segreta aperta da una particolare piccola chiave che Barbablù le mostra. Dopo diversi giorni dalla partenza del marito, spinta dalla molta curiosità, entra nella stanza proibita e fa una macabra scoperta: i corpi delle precedenti mogli, appese e imbrattate di sangue. Dall’emozione, lascia cadere la chiave che si sporca di sangue: cerca di pulirla, ma è fatata, così resta la macchia. Il giorno del ritorno Barbablù per prima cosa si fa riconsegnare il mazzo di chiavi: la chiavetta macchiata testimonia la disobbedienza della moglie, che lo fa infuriare.
A questo punto la sorte della ragazza è segnata: tuttavia l’uomo le concede qualche minuto di raccoglimento per raccomandare l’anima a Dio prima dell’esecuzione.
Approfittando del poco tempo, la giovane corre a chiamare la sorella Anna, anche lei ospite nella villa, e la implora di correre in cima alla torre più alta. I loro due fratelli, abilissimi combattenti, sarebbero dovuti giungere in visita di lì a poco ed era quindi necessario far loro cenno di sbrigarsi il prima possibile.
Proprio quando tutto sembra perduto, all’orizzonte compaiono i due cavalieri che, incitati dai gesti di Anna nella torre, irrompono appena in tempo per salvare la sorella più giovane dalle mani di Barbablù. Dopo un rapido combattimento il perfido signorotto ha la peggio e viene ucciso. La giovane diventa quindi la legittima vedova e approfitta delle ricchezze ereditate per vivere il resto della propria vita felice con, accanto a sé, un marito migliore del precedente.

Mi sembra importante porre l’accento su 3 aspetti: la ricerca della verità, il coraggio di reagire e il supporto da parte degli altri. Tutti elementi importanti per quanto riguarda la violenza di genere e su cui lavorare sia in ottica di prevenzione che di vicinanza alle vittime.
La protagonista, nel trasgredire il divieto, non rappresenta soltanto e banalmente la curiosità femminile, ma anche la volontà di scoprire la verità, chiusa nello stanzino della sua casa.
La casa simboleggia il tetto coniugale e la conseguente condivisione di intimità e di alcuni “segreti” familiari. La protagonista ci insegna come la donna abbia il diritto di poter esplorare gli spazi interni della coppia, non solo negli aspetti della ricchezza e della bellezza (nella fiaba il palazzo e nella vita reale le risorse della persona amata); in certi casi risulta importante realizzare quante e quali sono le parti aggressive e negative del partner, spesso a lungo nascoste, e se è possibile con un lavoro terapeutico portarle alla luce e “sanificarle” prima che vengano agite, generando nella coppia violenza, tensioni, tabù e zone di “divieto di accesso”. Alcune verità sono sacre per il clima e il benessere familiare ed è giusto che i coniugi/conviventi se ne prendano carico e se ne assumano la responsabilità.
Il coraggio di reagire della protagonista all’imminente esecuzione ci porta alla speranza che alcune cose, anche nelle situazioni più drammatiche, possano cambiare; la giovane, con astuzia e tanta voglia di vivere, escogita un piano per chiamare i fratelli in sua difesa.
Questo ci porta all’ultimo aspetto, il supporto familiare, che molte volte non è esterno come nella fiaba, ma possiamo recuperarlo dentro di noi, come forza interiore derivante dai ricordi e dalle relazioni del passato.
Risulta molto particolare come la sorella della protagonista sia vicina a lei casualmente, in quanto ospite, nella disavventura; questa figura mi fa venire in mente tutti quei “tesori” che si trovano soltanto nel momento in cui non si cercano e che sembrano trovarsi in quel luogo e in quel momento soltanto per aspettarci. Anche lei donna e anche lei con forza e coraggio riesce ad avvisare i fratelli, che simboleggiano la forza di reagire e la possibilità di una seconda vita (anche quando si è convinti di non essere più in tempo).
Perché il vissero felici e contenti è una possibilità di tutti, anche di chi subisce violenza.
Questo perché non siamo soli, né fuori né dentro di noi.
Nella fiaba, come nella vita chi è solo e sconfitto è soltanto l’aggressore; sconfitto dall’amore, dal coraggio e dalla verità.

Dott.ssa Chiara Spadaro

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